(ex?) zitella... ex precaria!
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venerdì 18 luglio 2014

Al concerto dei Negramaro

I Negramaro fanno un concerto nella piazza del mio paesello natale.
Possibile?
Ho controllato bene la notizia prima di crederci: qualcuno ricorderà il precedente, quando andai in estasi per l'annuncio di un concerto di Renzo Biondi alla sagra della salamella di Bojon, e poi fui freddata dalla consapevolezza che Renzo Biondi non è Mario Biondi.
Ebbene sì, è proprio lui, Sangiorgi. Un segno del destino, parto e vado a sentirli.
E' la seconda volta nella mia vita che vado a un concerto da sola. Il primo fu Branduardi, ero al primo anno di università, era in un teatro e siccome non c'erano più posti liberi in loggione mi diedero per lo stesso prezzo un palco di primo ordine.
Adesso invece siamo in piazza, tutti in piedi pronti a ballare e cantare. E poco importa se conosco solo un decimo delle parole, l'entusiasmo è tanto e Giulianone ci sa fare.
Giusto per scadere nei commenti da vecchia zitella in regressione adolescenziale, direi che qua c'è un bel carico ormonale. Attorno a me vedo coppiette che si sbaciucchiano (ma come fai a sbaciucchiarti su "Usami, straziami, strappami l'anima"?). Vedo poi gruppetti di donne di quasi mezza età, agguerrite come non mai (prova a metterti davanti a una di loro e a coprirle la visuale...). Per non parlare dei maschi in coppia, in evidente crisi da maschio alfa: ho assistito a una quasi rissa tra due ragazzotti perchè la donna di uno di loro, per fare la ripresa con il tablet, copriva la visuale alla donna dell'altro.
E ovviamente, c'era un'immancabile foresta di tablet, macchine fotografiche, iphone, ipod, icheneso, son rimasta indietro... tutti a far foto e filmini. Lode all'anonimo che, dietro a una tizia con un tablet grande quanto una porta, ha gridato "Abbassa la tv, che se volevo vederlo in tv me ne stavo a casa".
Potevo io essere da meno? Il mio "Scarraphone" fa foto da schifio, e naturalmente davanti a me avevo uno spilungone in canottiera che mi copriva metà della visuale, ma lascio comunque qui sotto il mio ricordo di una bella serata di un'estate che vorrei potesse non finire mai.





giovedì 3 ottobre 2013

Giulietta e Romelo

Sono a casa sola soletta. Divano, copertina, tisana, stasera in tv c'è il musical di Giulietta e Romeo.
Accendo e vedo una che dovrebbe essere una cantante in costume d'epoca: è una specie di cornacchia gracidante che stecca una nota sì e l'altra pure. Penso con tristezza a quante mie amiche dalla voce di usignolo non guadagnano un euro, mentre questa sta in prima serata grazie al mio canone Rai.
Cambio canale, poi in un guizzo di masochismo rimetto sul musical. E lì è l'apoteosi.
I cantanti sembrano usciti dalle selezioni di "Amici", tra i concorrenti scartati però. Lo stile è pop strillone di chi non ha mai studiato canto 10 minuti in vita sua, ma fa il cantante lo stesso. L'intonazione non esiste, il colpo di glottide è ostentato con orgoglio, si fa a gara a chi strilla di più. Sembra che si stiano strangolando, e sotto sotto spero che lo facciano davvero.
Giulietta e Romeo poi spiccano per le doti di recitazione: un po' la stessa raffinata tecnica che si ammira quando prendono una Miss Italia e la buttano davanti a una cinepresa spacciandola per attrice, per intendersi.
Menzione speciale per chi ha scritto i testi, a titolo di esempio: 
"Quale stella curiosa/ 
sorvoleranno il cielo/ 
di Giulietta e Romelo". 
Romelo? Splendida rima, per non parlare della sintassi.
Poi all'improvviso salta fuori un ballerino mezzo nudo che si mette a saltare e striscia di sghembo come un ragno. Non ho ben capito che cosa rappresenti, ma almeno mi rifaccio gli occhi.
Coro: "Per pietà per pietà!". Sì, proprio per pietà, piantatela di produrre queste porcherie, quando i nostri conservatori sfornano centinaia di cantanti veri.
"Quale amore mi brucia?" "Quello che dà fiducia".
Mi consola solo il pensiero che alla fine muoiono. Sì, ma ci vorranno almeno altre due ore, come argutamente mi ha fatto notare un'amica.
Conclusione: cambio canale e mi affogo nei Ferrero Rocher.

sabato 20 luglio 2013

La grande bruttezza

Dopo mesi di assenza dalle sale cinematografiche, approfittando del cinema all'aperto sono andata con due amiche a vedere "La grande bellezza" di Sorrentino". Ne avevo sentito parlare in tv con parole colme di entusiasmo, ero convinta di andare a vedere un filmone. Bene, adesso mi lancio a scrivere la mia prima (e ultima?) recensione cinematografica.

"La grande bellezza" è una palla micidiale. Il protagonista è Jep, un 65enne mondano, molto mondano, che vive a Roma, passa la vita tra il suo attico vista Colosseo (quello di Scajola?) e festini. In pratica, il film è una carrellata di scene con vecchie baldracche che si dimenano e fanno i trenini, e nel mentre si fumano qualsiasi cosa si possa inalare. Ogni tanto salta fuori una riflessione finto-filosofica di una banalità totale, il tutto condito da periodiche comparse di tette e culi.
240 minuti di flash introspettivi e pipponi nemmeno originali: a queste feste superfiche in realtà sono tutti infelici. Ma va, e io che ero convinta che i divi fossero tutti strafelici, per questo si circondano di coca e zoccole.
Fantastici i commenti del pubblico. Alle nostre spalle c'erano le signore della Padova bene: "Effettivamente è un film che descrive la realtà, queste feste sono così tristi". Detto da siorette che al massimo saranno andate alla sagra del bigolo in salsa.
A un certo punto, in un flash-back il protagonista ricorda la sua prima volta, un momento che dovrebbe essere appunto un attimo di grande bellezza. Lei e lui in riva al mare, lei si sbottona la camicetta (ovviamente non fa uso di reggiseno nonostante la volumetria poco pratica da gestire) e gli dice "Adesso ti faccio vedere una cosa". E al mio fianco qualcuno sbotta "To', un'altra tetta" "Ma se sono due ore che non vediamo altro!".
Oltretutto le sedie di plastica massiccia erano scomodissime, alla fine del secondo tempo avevo il sedere quadrato e mal di schiena. Alcuni spettatori, tra cui me e le mie amiche, cercano sugli smartphone la durata del film e calcolano quanto può ancora mancare: "Ce ne andiamo?", "Non ci obbliga nessuno a 'sto supplizio".
Tornata a casa ho letto qualche recensione su google. Film visionario, innovativo, felliniano.
La mia teoria è che nessuno di questi critici ha capito una mina, ma si vergognano di dirlo e allora fanno gli intellettuali.
L'unica recensione sensata che ho letto? Eccola qua:  
Lampante e stracitato il canone FF (Fellini-Flaiano, o forse sarebbe il caso di scrivere Flaiano-Fellini) per quanto tra “La dolce vita” e “La grande bellezza” ci sia lo stesso rapporto che intercorre tra la carriera militare di Napoleone e il gioco del Risiko.
 (http://www.linkiesta.it/la-grande-bellezza#ixzz2Zad81ZB0):